Apocalypse Now

EbolaQuando fu girato, Apocalypse now voleva essere il compendio artistico di un’epoca di distruzione e morte: un affresco totale e una riflessione sul male raccontata dall’interpretazione straordinaria e assolutamente unica di Marlon Brando.

Ma oggi, a rivedere quel film, sorrideremmo: perché l’apocalisse sembra essersi impadronita del mondo globalizzato. Mi riferisco alla cruda, violenta scossa che la storia si dà passando attraverso il filtro uniformante della guerra – quella contro l’Isis e quella dell’Isis – e della malattia – Ebola.

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Il diritto alla vita di un ragazzo napoletano

Listener

Dove può succedere che un quattordicenne venga ridotto in fin di vita perché un ventiquattrenne gli ha infilato un compressore nell’intestino? Dove può accadere che il quattordicenne venga seviziato perché obeso, fuori norma? Avviene in Italia: un posto dove, complice la politica, una forma sotterranea di nazismo prende corpo nella violenza, nell’esecrazione dell’altro. Tutti bravi ad accusare l’Isis di barbarie, ma dove sono i familisti italiani quando si tratta di accusare le famiglie per aver partorito ed educato simili mostri? Fa schifo questa Italia. Fa schifo un Paese dove alle diversità è negato il diritto di vivere, di sposarsi, di menare un’esistenza qualunque.

L’Italia è egemonizzata da una cultura della violenza che fa spavento, che produce morte e distruzione, che sottrae vita a chi più ne ha bisogno e che ingrassa le mafie e le retoriche familistiche della peggiore politica repubblicana.

Bari razzista (dalla Gazzetta del Mezzogiorno di sabato 3 ottobre 2014)

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Da pochi mesi a questa parte, in una rapida successione di eventi, pezzi di città periferica hanno deciso di ostacolare il processo d’integrazione sociale e culturale opponendosi violentemente alla regola della convivenza e del rispetto dei diritti acquisiti. Prima nel quartiere Libertà, dove un lavoratore albanese è stato ucciso per ripicca da un medio criminale, dopo a Enziteto, dove un manipolo di donne del cosiddetto sottoproletariato urbano ha negato l’accesso a un servizio pubblico di trasporto a un gruppo di richiedenti asilo, l’altro ieri nel momento dell’assegnazione di una casa popolare ad una donna eritrea residente a Bari da anni. Tre episodi che rivelano i caratteri incontestabili di un razzismo serpeggiante, di una manipolazione del diritto a uso e consumo di gruppi più o meno organizzati di baresi. L’interiorizzazione della paura dell’altro e di forme acute di razzismo differenzialista – mi va bene il bianco, mi dà fastidio il ‘negro’ – sta portando la città a un rigurgito di inusitata violenza. È morto il tempo in cui onestamente si aprivano le porte all’accoglienza degli albanesi della Vlora, è morta la decenza, deceduta la pratica della convivenza. La città che vive nella negazione del diritto, quella periferica ma bianca, decide di prendersela con chi sta peggio, cominciando a contestare l’esistenza dell’altro e l’accesso ai diritti sacrosanti sanciti dalla carta costituzionale. Non va dimenticato che i quartieri dove avvengono questi episodi sono quelli dove il territorio è controllato con grande efficacia dai clan, dove il numero dei volumi fittati a nero supera la media cittadina, dove il gioco d’azzardo nei bar e nelle cantine diffonde debito senza speranza e disumanità in casa. Gli elementi di una sottocultura della violenza e dell’arroganza ci sono tutti e cominciano a produrre effetti reali. Come nella più banale profezia che si autoadempie, gruppi di immigrati esclusi dal diritto al lavoro si danno al crimine, nel perpetuarsi di un modello noto da decenni alla sociologia dell’immigrazione, mentre gruppi di baresi ostentano un’appartenenza culturale irrobustita da una brutalità da curva nord. Le nostre periferie autoctone sono state bombardate da nozioni razziste dalla tivù, e adesso si esprimono con i termini pratici di quel nozionismo segregante. Non dappertutto, per fortuna, ma i fenomeni si moltiplicano e si rendono evidenti. Forme di amoralità e anomia si sono largamente radicate laddove i servizi promessi non sono arrivati o dove la popolazione vive nella richiesta manipolatoria di prebende e di denaro dallo Stato. Manca quel senso di responsabilità che una volta contraddistingueva le nostre periferie operaie, l’operosità civile di una cittadinanza lavoratrice. L’assenza di prospettive di lavoro, lunga qualche decennio, ha partorito un’effervescenza del degrado. Siamo ancora in tempo per interrompere un circolo vizioso, perché abbiamo ancora in mano il pallino, ma non dobbiamo dare sponda a familismi o paternalismi acritici e retorici. Come gl’italiani, non tutti i migranti sono onesti, ma come gl’italiani tutti i migranti hanno diritti e doveri. Per uscire da questa spirale diventa necessario ripensare ai modelli d’integrazione sociale – l’accoglienza è un’altra cosa – dentro un territorio ampio, metropolitano, espanso: dentro le scuole, dentro il lavoro, dentro le biblioteche e i quartieri di tutti i Comuni della città metropolitana. Dobbiamo tutti ripensare a una estensione dei diritti e della conoscenza degli stessi e ad una concentrazione dei doveri nel rispetto della ricchezza o della povertà dell’altro: perché anche noi siamo l’altro di qualcuno.

Leonardo Palmisano @LPalmisano

Come finisce la notte barese (Da EpolisBari)

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Siamo stati abituati a domandarci, nell’ultimo decennio, dove termina la notte barese, dove finisce il qualunquismo, la nullità, il provincialismo. La domanda era mal posta, perché imposta dalla politica cittadina. Non dove, ma come terminerà la notte dei baresi? È nel come, nella modalità, nei dispositivi, nella ricerca di senso, nel viaggio al termine della notte – per dirla con Céline – che la città deve trovarsi e definirsi. Noi non siamo ancora una città, non nel senso più pieno del termine. Non siamo una città di servizi avanzati, di manifattura concreta, di artigianato e di cultura. Siamo una cittadella, un borgo espanso, demograficamente concentrato, che però pretende di essere considerata una roccaforte identitaria. Non siamo che un puntino ancora fioco nell’economia italiana, figuriamoci in quella mondiale. Un boccino nel grande biliardo della globalizzazione, prossimo a cadere nella buca spinto da un rimpallo, non da un colpo secco. Non siamo protagonisti della competizione culturale mondiale, secondi in Puglia perfino a Lecce. Di chi le responsabilità? Molte, quasi tutte, della politica cittadina. In dieci anni, quelli passati, un mantello farfugliante, e un po’ volgare, di chiacchiere infondate ha coperto dalla rivelazione una città rozza e talvolta oscena. Bari s’è crogiolata nel suo imperturbabile autocentramento, nella sua indiscutibile arroganza. Coltivato il paternalismo, la politica s’è ridotta a barbarie via twitter e facebook, a sommaria genitrice di slogan, a semplice esercizio di un potere che con comanda più nulla. I processi economici, la crisi, e quelli reali, la società, hanno modellato la città abbattendola, colpo su colpo, grazie a questa complicità politica decennale. C’è però di nuovo che, finalmente, i baresi più sensati stanno meditando di andar via, di sottrarsi da questo gioco scemo che assomiglia al giro dei criceti nella ruota di una gabbietta: pedalo e corro, senza mai raggiungere una meta, fino a farmi schiattare il cuore. No! Una parte di città non ci sta più: o va via o ci sta pensando. È brutto andarsene? E perché mai? Cos’hanno fatto i nostri nonni? I nostri padri per certi periodi? Il mondo è questo: un’opportunità e un invito al viaggio. Se non possiamo viaggiare qui con il lavoro e la cultura, tanto vale farlo altrove prima che la notte barese ci risucchi senza rimedio.

Mauro e l’amianto

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Amianto

Mauro ha 53 anni, è di Palo del Colle ma è nato e cresciuto al Cep di Bari. Fino a cinque anni fa faceva l’operaio specializzato per una multinazionale tedesca specializzata nella bonifica dei treni e delle vecchie fabbriche piene di amianto, questo nella zona industriale di Bari. Poi è stato messo in Cassa Integrazione, Mobilità e infine licenziato. È divorziato da tre anni, ha due figli che vivono con lui. Uno dei figli ha ereditato da lui una grave forma asmatica. Adesso frequenta corsi di formazione per gli over 50 rimasti senza lavoro, ma vorrebbe semplicemente tornare a fare il suo lavoro.

C’incontriamo fuori della classe, in un bar vicino al villaggio dei lavoratori, di fronte alla concessionaria della Volvo. Siamo io, lui e una barista grassoccia e carina. Prendiamo un caffè mentre fuori l’afa di quest’estate soffoca i baresi e li costringe a consumare aria condizionata ventiquattr’ore su ventiquattro. Le bandiere della concessionaria, come gonfaloni della globalizzazione, battono al vento caldo che viene dall’interno.

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La povertà a Bari (dalla Gazzetta del Mezziogiorno del 28.08.2014)

Mola

È giusto e opportuno richiamare l’attenzione dei baresi sulla povertà che si diffonde, ma non tutta la deprivazione è un parto della crisi. La crisi, l’emergenza, è spesso un alibi che giustifica e legittima comportamenti caritatevoli che non incidono sugli squilibri sociali baresi. La città di Bari non ha saputo leggere per tempo le cause del proprio impoverimento, una caduta che viene dal basso contenuto di innovazione degli apparati produttivi locali, nel manifatturiero come nei servizi e nel commercio. La città al comando non è stata capace di costruire una strategia occupazionale adeguata alla globalizzazione, né ha saputo occuparsi con metodo e rigore degli effetti perversi dell’impoverimento: l’usura, l’evasione fiscale e il ricatto del lavoro nero. Dietro non pochi incapienti, italiani e stranieri, si nasconde una miseria morale che fa spavento, che rasenta l’autoesclusione dal diritto e trasforma il ricorso all’indebitamento in un dovere. Richiamati, questi poveri, al vincolo del consumo, si offrono armi e bagagli al peggior offerente. Questo ribaltamento dei poli sta imbarbarendo i rapporti tra ceti medi e ceti bassi, in un affronto quotidiano che ingrassa gli strozzini e i datori di lavoro senza scrupoli. L’impoverimento nasce laddove altri, purtroppo, continuano ad arricchirsi sottraendo risorse agl’investimenti e ai consumi. Di fronte all’avanzata di questo immobilismo parassitario dei ceti più alti, trovo sia opportuno mettere subito in campo misure che consentano una ridistribuzione dinamica delle risorse esistenti e stimolino alla regolarizzazione dei rapporti di lavoro e di quelli sociali. La città sana va sostenuta con la garanzia del lavoro e dell’accesso ai servizi; la città malsana va sanzionata pesantemente e messa nella condizione di restituire alla città quanto le ha tolto nel tempo. E le risorse recuperate devono essere immesse nel circuito dei servizi per la costruzione di nuovo lavoro, altrimenti niente e nessuno riuscirà mai a invertire la direzione della miseria.

Il fallimento politico di Obama (da Sulromanzo.it)

 Mola

Quest’estate ha sancito la scoperta del fallimento politico di Obama. L’aveva detto Chomsky all’indomani della consegna del Nobel per la Pace, che a Obama avrebbero dovuto consegnargli il Nobel per la Comunicazione, e a distanza di qualche anno i fatti gli danno ragione. Il Presidente degli Usa registra una sconfitta dietro l’altra: il rallentamento dell’economia reale e dell’occupazione; l’intervento in Iraq; l’invasione israeliana di Gaza; il conflitto tra Russia e Ucraina; il ritorno dello spettro del razzismo poliziesco a Ferguson, in Missouri.

Siamo di fronte al crollo dell’egemonia politica di Obama sul fronte interno ed internazionale, tanto che Hillary Clinton ne approfitta per prendere le distanze dal Presidente degli Usa e lanciarsi in una critica severa al mancato intervento in Siria. Il Partito Democratico americano mostra di essere frantumato, ed Obama, come tutti i suoi predecessori, deve fare i conti con il predominio del suo esercito e dei signori delle armi, sempre pronti a intervenire in un conflitto in Medio Oriente.

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